L’evoluzione della coscienza

“L’evoluzione della coscienza – Dal sistema uomo al sistema cosmico”, 2° volume delle Opere Complete di Silvia Montefoschi, Zephyro Edizioni, 2006.

coscienza

PRESENTAZIONE

di Giampietro Gnesotto

L’evoluzione della coscienza. Dal monopolo dipolare alla coniunctio finale attraverso il passaggio dialettico dall’interdipendenza all’intersoggettività

Tutto il discorso o – meglio – il pensiero che è passato attraverso Silvia Montefoschi ha questa fondamentale caratteristica: pur facendo parte dell’ambito cosiddetto psicoanalitico non ha mai intenzionato la problematica di ciascun individuo come riferentesi alla singola persona, ma sin dall’inizio (sin dal primo volume; ancor prima, sin dagli articoli) ha colto sì la problematica personale, ma sempre inserita all’interno di una dimensione universale, sia dell’universo umano, sia dell’evoluzione storica della coscienza dell’essere – che passa necessariamente attraverso  i soggetti umani: il pensiero uno pensa nel pensare degli uomini. Per cui la stessa evoluzione della coscienza non viene intesa nè in senso freudiano – di liberazione dell’individuo da una sua problematica infantile che si porta dietro e che lo mantiene in una condizione “edipica” di dipendenza  appunto infantile – nè dal punto di vista junghiano che la coglie come realizzazione del processo individuativo puramente personale, bensì come la partecipazione della persona in questione a un movimento evolutivo della coscienza dell’essere che in questo momento storico si è fatto in particolar modo evidente.
“Laboratorio ricerche evolutive” fu infatti il nome dato al gruppo di lavoro/scuola che insieme formammo quando Silvia Montefoschi venne a Genova; per cui l’evoluzione della coscienza coincide esattamente con la ricerca che Silvia Montefoschi, insieme a coloro che hanno lavorato con lei (la coralità di cui parla La dialettica dell’inconscio), ha portato avanti sulla evoluzione dell’essere stesso, fino ad arrivare alla coniunctio. Potrebbe sembrare una affermazione forte, e in effetti lo è; ma non si comprenderebbe l’opera di Silvia Montefoschi, e soprattutto non le si renderebbe giustizia, se non si sottolineasse ancora una volta che in lei pensiero, azione ed esistere non sono solo “semplicemente” coerenti, ma coincidono, e sono la riflessione dell’essere su se stesso. Questo è il capovolgimento epistemologico espresso nell’affermazione che “non è l’uomo che parla dell’essere ma è l’essere che dice di sé nell’uomo”, in ogni uomo, che esprime – se consapevole – il punto di evoluzione e di visione di sé raggiunto dall’essere in quel momento. Pensiero forte, che non teme di essere ontologico, per cui la coniunctio non è mera utopia o metafora, ma reale punto di arrivo e, quando raggiunta, una realtà vivente, anzi “il vivente”.  Pensiero di sintesi, che prende in considerazione come vera – pur parziale e relativa – ogni conoscenza che l’uomo ha realizzato nell’ambito non solo della psicoanalisi ma della filosofia, della scienza, della religione, della poesia, vedendola come il progressivo cammino verso la visione totale di sè dell’essere.
“Se una cosa è vera, o lo è totalmente, radicalmente, o non è nulla”, suole dire Silvia, quando riflette dialogando con i suoi allievi.
Dal punto di vista della pubblicazione, il discorso organico sull’evoluzione della coscienza inizia con L’uno e l’altro, primo libro di Silvia Montefoschi di cui in questo volume viene appunto riportata la prima parte. Come dice il sottotitolo Interdipendenza e intersoggettività nel rapporto psicoanalitico, il testo affronta un tema squisitamente specialistico, quasi tecnico. Ma è solo la partenza di un discorso molto più ampio: in realtà viene colta in un determinato momento – la relazione in ambito psicoanalitico – la dinamica dell’uno fatto due che si fa di nuovo uno. Discorso che inevitabilmente si allargherà alla società e alla storia umana, alla storia del mondo, ai miti cosmo-antropogonici, alle teorie scientifiche della nascita dell’universo.
Mentre scriveva L’uno e l’altro, un po’ impressionata dalla rivoluzione che ne stava venendo fuori man mano che il testo prendeva corpo, Silvia fece un sogno: “Era seduta alla sua scrivania; stava appunto componendo il libro. Pur essendo al buio totale la sua mano scriveva, scriveva fluente, e il discorso si articolava in modo perfetto. Ad un certo punto fu presa da sgomento: come era possibile scrivere senza la luce? Aprì la finestra e il sole illuminò la stanza (mostrando tra l’altro oggetti che le ricordavano una persona inflazionata), ma a quel punto la mano si fermò: solo al buio poteva scrivere!”. Il sogno dice molte cose: innanzitutto che il discorso viene dall’inconscio, dunque nessun pericolo di inflazione purchè l’ego non se ne appropri; e poi la dinamica della luce e dell’ombra, simbolo di ogni dicotomia che necessariamente stabilisce una divisione dei ruoli e una gerarchia di valori: coscienza-inconscio, maschile-femminile, soggetto-oggetto. Ed è proprio dall’oscuro, dal femminile, dall’oggetto che nasce l’urgenza di rompere l’antica necessaria divisione dei ruoli e di farsi soggetto dialogante con altro soggetto: ecco l’importanza storica del riscatto della donna per l’evoluzione della coscienza. La fisica delle particelle parla di questa iniziale divisione dei ruoli ( +/- ) necessaria alla stabilizzazione della materia; così come ne parlano i miti cosmogonici; per esempio quella azteca dice che all’inizio vi erano sue soli, di pari luminosità, ma proprio per questo tutto era fermo e la vita sulla terra non poteva esserci; allora una divinità lanciò un coniglio su uno dei due, oscurandolo parzialmente: divenne luna, meno luminosa dell’altro sole, e si creò così l’alternanza del giorno e della notte, rendendo possibile la vita. Non vedete forse ancora che le macchie lunari adombrano un coniglio? Questa immagine me la sono ritrovata in un sogno (criptomnesia o inconscio collettivo?) del Natale 2003: “vedo ‘una’ moneta da tre euro, è più piccola delle altre, è nuova. Porta scritto 3=2+1 e sul retro un coniglio stilizzato e inglobato nel cerchio, con due punti rotondi evidenti (i due soli!)”
A livello della relazione tra analista e paziente (e più in gerale tra due persone) la divisione dei ruoli si manifesta come interdipendenza tra i ruoli, ma il salto riflessivo consente di vederne il suo intreccio con l’intersoggettività, già insita come esigenza e tensione. Così ne L’uno e l’altro; nel testo successivo (Oltre il confine della persona) questa stessa tematica – l’interdipendenza dal punto di vista dell’intersoggettività – viene colta come movimento evolutivo storico della coscienza umana, e il tabù dell’incesto, già messo in evidenza nella relazione tra l’uno e l’altro come il divieto di infrangere la separazione dei ruoli tra il soggetto e l’oggetto (che è appunto la relazione interdipendente) per accedere all’intersoggettività, viene quì visto nel suo significato storico: l’infrazione di volta in volta dell’ordine dato per instaurare un ordine nuovo; poi ne La dialettica dell’inconscio più che mai viene messo in evidenza come questo movimento di infrazione dei ruoli  (ovvero il compimento simbolico dell’incesto), porta e con sè contemporaneamente la rivalutazione del femminile  come l’altra faccia del maschile necessaria a realizzare l’intersoggettività, ovvero la necessità del risveglio del femminile alla sua soggettività proprio perchè l’intersoggettività si realizza solo nella misura in cui i due della relazione non si pongono più l’uno come soggetto e l’altro come oggetto, che è la modalità standard propria del sistema uomo. Opearazione non facile perchè bisogna rompere il vincolo affettivo delle reciproche aspettative e superare l’angoscia derivante dalla paura  della morte della relazione nell’unica forma conosciuta e, con essa, della morte di sè come soggetto.
Il discorso sull’evoluzione della coscienza, che per Montefoschi coincide con la sua realizzazione, partito dal primo libro arriva alla coniunctio finale ne Il vivente, e quì trova il suo compimento.
La coniunctio si compie grazie al salto riflessivo del soggetto su un piano più elevato, che è chiamato da Montefoschi “il soggetto super-riflessivo”: da questo punto di vista più elevato la separazione tra il soggetto e l’oggetto scompare perchè ci si rende conto che l’oggetto non era altro che la proiezione fuori di sè del soggetto stesso, sicchè l’oggetto si riconosce nel soggetto che aveva posto sè fuori di sè e il soggetto riconosce nell’oggetto il se stesso che aveva posto fuori di sè; allora questa prima separazione originaria che risale fin dall’inizio dei tempi (dell’universo, non solo del mondo umano) viene finalmente risolta e superata in una nuova unità consapevole di sè. Questa separazione era stata necessaria affinchè l’uno potesse vedersi distinguendosi in due , come dicono i miti e le teorie scientifiche dell’origine: il soggetto uno si vedeva solo allo specchio, cioè nell’immagine di sé posta fuori di sè (la proiezione della psicoanalisi) e faceva di questo se stesso che vedeva l’oggetto della sua conoscenza; ora, riconoscendosi nell’oggetto, si identifica non più in uno dei due termini  dialettici ma nell’intera dinamica che li comprende entrambi.
A livello umano, punto di arrivo finora dell’evoluzione dell’essere,  l’uomo si è riconosciuto nel soggetto,  negando (o rimovendo) la propria oggettualità, o proiettandola nella donna o nell’altro uomo – e già Kant sentiva l’esigenza di superare questa dicotomia quando diceva che il primo imperativo etico era quello di considerare ogni “altro” essere umano come fine e non come mezzo – la donna ha soffocato la sua soggettività identificandosi nella dimensione oggettuale al servizio dell’uomo affinchè la civiltà potesse procedere. Oggi, per realizzare il salto evolutivo della coscienza, uomo e donna riconoscono in sè, ciascuno, la dialettica soggetto/oggetto e pongono la loro identità nel soggetto superriflessivo che vede la dinamica del dialogo tra i due soggetti, maschio o femmina che siano nella loro oggettualità. Perchè ciò avvenga è molto importante la soggettivizzazione da parte del femminile che inizia in realtà con il movimento psicoanalitico a partire già da Freud e prosegue con Jung : dove il femminile è sì la donna, che lo incarna e in esso prevalentemente (e conflittualmente!) si identifica, ma anche una qualità dell’essere insita in ciascun essere umano, maschio o femmina che sia. Freud lo snida, e lo vede nell’Es, nella madre, nell’Eros come il motore dell’agire umano; Jung lo riconosce nell'”anima” del maschio e gli riconosce una funzione trascendente, cogliendo contemporaneamente nella donna la presenza dell'”animus” come istanza maschile, non riuscendo però ancora a considerarlo come l’anelito alla soggettività (in effetti è sempre trattato in maniera un po’ svalutativa). Per Montefoschi infine,  è l’oggetto che scopre di essere soggetto; per cui, se per l’uomo significa dar voce alla propria oggettualità anzichè proiettarla, per la donna legittimarsi la propria soggettività, per entrambi vuole dire dar vita al dialogo intersoggettivo. Freud, Jung, Montefoschi: nella concezione di Silvia Montefoschi è sempre il pensiero uno che in essi si pensa, riflette sul suo stesso modo di pensarsi e scopre l’intersoggettività della relazione nella dinamica psicoanalitica. Solo in Montefoschi però arriva a formulare il concetto di soggetto come altro dall’io; l’io come sommatoria di contenuti di esperienze, il soggetto come pura funzione trascendentale ma realmente esistente: il vivente.
A questo punto si vedrà come sia difficile fare dei paralleli con altre correnti della psicologia; non si tratta infatti di entraree in empatia col paziente nè di mettersi nei panni dell’altro per comprenderlo, perchè così permarrebbe comunque la divisione dei ruoli soggetto/oggetto, perchè se la problematica è del paziente è comunque lui l’oggetto della conoscenza del soggetto, il terapeuta. In Montefoschi, come ho già detto, il discorso è radicale: l’intersoggettività si realizza solo quando i due sono veramente uno. Nel rapporto analitico ciò avviene quando la tematica che emerge non appartiene al paziente ( o “anche” all’analista) ma realmente ad entrambi: solo quando l’analista si cala all’interno della relazione e perde anche in quel momento la sua distinzione di persona rispetto ad altra persona (Oltre il confine della persona), l’unica persona diventa l’unità relazionale e nasce il soggetto unico nella dualità della relazione, il soggetto che dialoga con sè stesso. Si vede allora come la problematica del paziente che emerge nella seduta non appartiene in esclusiva alla sua individualità nè è condivida dall’individuo analista,  ma è espressione in lui della dinamica universale che si manifesta nell’unità relazionale dando ai due soggetti l’opportunità di riflettere insieme su di essa: può essere la tematica comportamentale o affettiva dell’umanità in un dato momento storico, può essere la tematica dell’evoluzione dell’essere, della morte, del divino, dell’amore come desiderio dei due di ricostituire l’uno…
In effetti il concetto di empatia ha sempre avuto insormontabili difficoltà a trovare un fondamento epistemologico ed ontologico, restando una mera istanza di metodo: Montefoschi lo risolve superandolo nel concetto di unità duale, inserito in un discorso completo e coerente sul piano metodologico, teorico e antropologico.
Sappiamo che il pensiero spesso manifesta le sue conoscenze più avanzate in luoghi diversi (è nota la scoperta degli infinitesimali fatta contemporaneamente da Leibniz e da Newton); e allora dove troveremo risonanza di questo discorso di evoluzione della coscienza, visto che il panorama della psicologia è così avaro? Piuttosto nelle opere – per esempio – di Teilhard de Chardin, o negli scritti di scienziati come Ilya Prigogine o Charon, dove vive l’interrogativo: se l’evoluzione dell’universo, dal big-bang in poi, è arrivata all’uomo, perchè con l’uomo dovrebbe fermarsi? E se la coscienza umana è il punto più alto dell’evoluzione, quale sarà il prossimo salto evolutivo? Montefoschi affronta questo tema nei testi contenuti sia in questo volume che negli altri perchè è “il filo rosso” di tutta la sua opera, come diceva un sogno in cui un Hegel dalle mani ritorte e impossibilitato a scrivere le consegnava la sua eredità affinchè continuasse l’opera: passaggio di consegna dalla dialettica – finora tutta maschile – al femminile, affinchè la portasse a compimento; quel quarto elemento oscuro che doveva completare la trinità maschile, sul quale si interroga Jung in Ricordi, sogni, riflessioni. In quegli anni un mio paziente (che non conosceva Silvia Montefoschi) sognava che saliva il monte Golgota seguendo a breve distanza Gesù e un maestro, ma con aria gioiosa (non si andava alla passione); ad un certo punto sa che deve fermarsi per raccogliere da terra un frutto tondo (forse una mela) un po’ ammaccato perchè era stato per troppo tempo trascurato: era il quarto elemento (dopo loro tre) necessario per compiere l’ascesa. Gesù Cristo – figlio dell’uomo e figlio di Dio – ovvero la coscienza cristica, una delle tappe fondamentali dell’evoluzione della coscienza umana come evidenziato da Montefoschi in due testi che troviamo in questo volume: Il primo dirsi dell’essere nella parola. Le diverse visioni della coscienza antinomica e Il sistema uomo: catastrofe e rinnovamento. La coscienza cristica è la consapevolezza di essere contemporaneamente umano e divino, particolare e universale, mortale e immortale, e l’invito a riconoscere ciò in ogni fratello (l’altro), superando l’egoriferimento, per poter realizzare il “regno dei cieli”, il nuovo mondo. Questo discorso porta al già citato Teilhard de Chardin, e Montefoschi lo inserisce nell’ampia visione dell’evoluzione della coscienza umana, a sua volta momento dell’evoluzione dell’uno.
Volendo cercare altre consonanze le possiamo trovare nell’anelito a superare i limiti dell’ego, proprio di molti percorsi spirituali sia orientali che occidentali; Montefoschi ce ne dà una nuova lettura che comprende e va oltre: la coscienza universale non è già data, la stiamo costruendo, e in questo percorso, l’evoluzione della coscienza consiste oggi nel progressivo staccarsi dalla propria identità egoica, che altro non è se non l’appropriazione dei contenuti di conoscenza e di tutto ciò che ci distingue dall’altro. Montefoschi indica anche la via: riporre la propria identità nella pura funzione riflessiva. Però, il cammino da lei proposto non è solipsistico, come la maggior parte dei metodi iniziatici che prevedono il distacco dalla dimensione sociale connaturata all’essere umano per raggiungere la meta; il distacco dall’ego si realizza proprio nella relazione con l’altro concreto.
Come ho già avuto modo di dire Silvia Montefoschi riconosce in ogni conoscenza umana l’espressione dell’autoconoscenza dell’essere uno, relativamente a quel momento storico e situazione socioculturale. Nessuna meraviglia dunque se considera come normale la conoscenza cosiddetta spiritica. Certo che Silvia nel ricomprenderla nel suo percorso la trasfigura. Avrete letto nel frontespizio del volume: “Il vero autore di tutta l’opera è GiovanniSilvia/l’amore che ama l’amore fattosi infine consapevole di sè quale sola persona nelle due persone di Giovanni di Zebedeo che è stato su la terra all’inizio del primo millennio e Silvia Montefoschi ancora presente sulla terra alla fine del secondo millennio. Silvia Montefoschi”.
Bene, ancora una volta, non è una metafora, è una realtà vivente, frutto di un incontro avvenuto in un tempo e in un luogo determinato, a Genova, il 13 giugno 1987.
Anche se non sono esposti nei testi del presente volume,  mi sembra indispensabile narrarvi i fatti che hanno portato a questo, altrimenti non si comprenderebbe il senso di questa epigrafe. Posso dire  come Giovanni Evangelista (I lettera; prologo): “Testimoniamo quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, udito con le nostre orecchie e che le nostre mani hanno toccato; lo annunziamo a voi affinchè voi abbiate comunione con noi”, poichè ero presente. Quando Silvia venne a Genova era giunta alla fine di una fase del suo percorso e all’inizio di una nuova fase; situazione ben rappresentata da una città che ha come nume Giano bifronte, ed è un porto di mare, dove si arriva e da cui si parte per nuovi orizzonti. Il discorso circa l’evoluzione della coscienza, attraverso al relazione intersoggettiva, andava sempre più verso la coniunctio tra il maschile e il femminile e urgeva al suo compimento, che a livello teorico si è espresso prima con La coscienza dell’uomo e il destino dell’universo, dove appunto la tematica era che l’uomo stesso portava in sé l’evoluzione dell’intero universo, quindi ne Il principio cosmico o del tabù dell’incesto, dove viene riletta tutta la storia dell’essere a partire dal big-bang fino al punto finale e al punto cui eravamo arrivati, per realizzare la coscienza universale grazie  a questo salto su un piano di riflessione più elevato: proprio in questo momento avviene l’incontro con Giovanni l’Evangelista, che si svolge su un piano puramente intersoggettivo; l’incontro è reso possibile dall’infrazione del tabù che vuole separato l’aldiqua e l’aldilà, il mondo dei soggetti incarnati e quello delle presenze pensanti ma non oggettivate sulla terra. Il dialogo intersoggettivo nella coniunctio di GiovanniSilvia, che continua da vent’anni creando nuova conoscenza, è stato preparato e accompagnato dal lavoro comune del piccolo gruppo che in quel momento era intorno a Silvia. Arrivati a quel punto, in cui la visione teorica sembrava completata, ci chiedemmo: se per realizzare la coscienza universale dobbiamo incontrarci con tutti i pensanti dell’universo, come si fa? Ci venne allora in mente che esiste un metodo che è stato sempre usato, cosiddetto medianico o spiritico, e quello usammo. Ma con la ferma intenzione di parlare, tramite la planchette, non con i morti ma con i vivi eventualmente presenti in altri luoghi dello spazio, e di evitare la reciproca oggettivazione. Cosa non facile perchè, nonostante nessuno vedesse l’altro come oggetto materiale, c’era sempre la tentazione di vederlo come oggetto di conoscenza anzichè come soggetto coriflettente. Era come se i diversi ruoli cercassero di risorgere, con tutte le relative dinamiche di potere di uno sul’altro. Ma alla fine la guida di Silvia (sicura della meta e del metodo) ha condotto tutti a realizzare comuni conoscenze. E qui sta l’elemento nuovo: nella prospettiva del dialogo intersoggettivo riflettente, perdeva di senso limitarsi allo scambio di informazioni, come avviene nelle comuni sedute spiritiche: le informazioni infatti sono contenuti già dati, oggettivati, passati, ee il nostro obiettivo invece era di realizzare, nella riflessione comune, nuova più completa visione di se stesso dell’essere. Nel frattempo Silvia, quando era nella solitudine della sua stanza, incontrò, non più con la planchette ma con la penna, Giovanni, e fu la folgorante consapevolezza che erano sempre stati insieme, che l'”altro” del dialogo interiore era una presenza reale, benchè Silvia, pur avendone sentore, non ne fosse stata pienamente consapevole; né poteva esserlo, perchè tale consapevolezza è possibile solo quando si realizza l’intersoggettività e il soggetto superriflessivo, uno in due, vede i due soggetti individuali dialoganti. E fu l’inizio di un dialogo creativo che continua tutt’ora.
Da quanto detto si comprende come l’unione di Giovanni e Silvia non sia un fatto personale di Silvia Montefoschi ma un salto evolutivo della coscienza dell’essere, al quale parteciparono, prima e dopo l’incontro, molte persone: la relazione, riflessiva e creativa, tra l’aldiqua e l’aldilà rappresenta l’infrazione massima del tabù dell’incesto, l’unione dei contrari che devono restare separati: la terra e il cielo, quella che viene considerata la vita e quella che viene considerata la morte. In quel periodo una giovane paziente, che soffriva di agorafobia avendo rimosso la morte di alcuni suoi coetani, fece questo sogno: “Si trovava, come dentro a un film in bianco e nero, in un cimitero con Totò che faceva battute sui defunti; poi la scena cambia, si fa tridimensionale e colorata e la sognatrice si trova accanto una sua compagna delle elementari (una che giocava a far le carte) di fronte ad un maestoso palazzo cui conduceva una grande scala dalla quale salivano e scendevano, a due a due, tantissime persone. Lei ‘sa’ che uno di ogni due è vivo, mentre l’altro è morto, ma non è possibile distinguere gli uni dagli altri; sa anche che deve entrare insieme alla sua compagna (che è viva: quindi lei è…morta!) per compiere un particolare rito del risveglio. Nel corso di questo rito vede tutte le stanze del palazzo: sono strette, quasi loculi, e ospitano una persona dormiente (nè morta nè viva) insieme a tutti gli oggetti che possiede. Alla fine del rito viene rivelato alla sognatrice il messaggio: queste persone si risveglieranno quando si libereranno di tutti i propri oggetti; allora faranno parte del mondo dove i cosiddetti vivi e i cosiddetti morti sono uniti nella vita vera”. La paziente superò l’agorafobia: avendone compreso il significato non aveva più senso che permanesse; e noi abbiamo avuto una ulteriore conferma che era proprio quella la tematica che l’essere trattava in quel momento. Freud ci ha detto che l’inconscio parla nei sintomi e nei sogni, Jung ci ha detto che il linguaggio è collettivo, Montefoschi (La dialettica dell’inconscio) che la voce del singolo non è un assolo ma parte di un coro. Per questo mi sono consentito di riferire sogni e fatti che non sono contenuti negli scritti di questo volume ma che tuttavia rientrano nel discorso del cammino di evoluzione della coscienza, tema conduttore del volume stesso.
Lascio alla lettura dei testi dell’autore l’espressione della intensa drammaticità di questo sforzo della coscienza nel liberarsi dall’interdipendenza, cui la legava la sua stessa esistenza e il rapporto affettivo con l’altro nella relazione;  spero solo di aver dato un’idea della complessità e insieme unitarietà del discorso di Montefoschi: lo sviluppo del pensiero di Jung, il radicale rinnovamento del metodo, la trasformazione della prassi psicoanalitica da strumento di conservazione sociale a pratica rivoluzionaria (l’infrazione del tabù sancito dall’autorità!), la visione unitaria del reale, di cui l’uomo è parte e momento, la realizzazione della coniunctio: sono aspetti di un’unica realtà: l’evoluzione della coscienza vissuta consapevolmente. Questo dell’unitarietà del discorso di Montefoschi è un aspetto molto importante che mi permetto di sottolineare e di raccomandare al lettore.
Leggendo L’uno e l’altro per esempio troverete citati e ripresi concetti di Karl Marx, ma attenzione, Montefoschi non è nè marxista ne marxiana così come non è “junghiana”, nel senso che cercare una fedeltà all’ortodossia sarebbe vano, ma anche nel senso che Montefoschi non si ferma lì ma va oltre. Così come è fuorviante vederla come una mistica o come una tecnica del metodo: se, come qualcuno ha fatto, la si fa “a brani”, ognuno di questi brani da solo si dissangua e perde senso: ciascuno di questi aspetti può essere compreso nel suo vero significato solo all’interno di una complessa unità.
Mi rendo conto che questa presentazione non ha un taglio critico nè un rigore filologico. D’altra parte non potrebbe averlo: ho conosciuto personalmente Silvia e con lei ho operato una parte del percorso qui descritto, quindi il mio discorso è da dentro e non da fuori. Il primo che ho letto di Montefoschi è stato Oltre il confine della persona, l’unico allora pubblicato oltre L’uno e l’altro; provenivo da studi di filosofia (in particolare epistemologia)  e di psicologia, con letture di Kant, Piaget, Freud, Jung, Lacan, più innumerevoli autori del panorama contemporaneo perchè ero avido di novità e attualità. Per me è stato un colpo di fulmine: finalmente qualcosa di nuovo, succoso cioè vero e profondo, non il solito rimaneggiamento di vecchi concetti. Confesso che da allora la mia attenzione alla produzione contemporanea è stata più attenuata, raramente trovando qualcosa di interessante, pur cercando di mantenermi aggiornato. Ho seguito invece lo sviluppo dell’opera di Silvia Montefoschi,  prima da allievo infine, quando Silvia venne a Genova, come collaboratore. Credo tuttavia di non aver perso il mio spirito critico e ho sempre confrontato i vari autori che via via si affacciavano nel panorama contemporaneo; ma quello che non ho mai  trovato è il fondamento, per esempio dell’intersoggettività, ammesso e non concesso che il termine si usato nella stessa accezione. Che cos’ è che spinge il terapeuta a vedere l’altro come persona, a comprenderlo nella sua soggettività? La bontà d’animo? Una innata predisposizione? Il contratto terapeutico? Una risposta convincente può riguardare solo l’essenza e la dinamica necessaria, e la trovo in Montefoschi: nell’analista, in quanto soggetto cosciente in evoluzione, urge la necessità di rompere il limite della separazione dei due perchè l’essere, in lui e nell’universo, anela a ricomporre l’uno.

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