Il “Laboratorio Ricerche Evolutive Silvia Montefoschi” di Genova (1986-1989)

Nell’opera del 2006 “L’ultimo tratto di percorso del Pensiero Uno – Escursione nella filosofia del XX secolo” Silvia Montefoschi traccia l’ultimo tratto di percorso del Pensiero Uno alla piena consapevolezza di sè. Ultimo tratto che comincia a descrivere a partire con “il dopo Hegel” e che si manifesta pienamente nella psicoanalisi quale ultima filosofia. Gli eventi tuttavia che segnano l’apice di questo tratto si realizzano anche per la stessa Montefoschi con un evento : la creazione di un Laboratorio/Scuola a Genova dove nel frattempo Montefoschi si era trasferita da Milano dove precedentemente si era svolta tutta la sua attività di psicoanalista (1955 – 1986).
Tale Laboratorio prese il nome di “Laboratorio Ricerche Evolutive Silvia Montefoschi” e proseguì la sua attività teorico-pratica fino al 1989 quando la consapevolezza della “morte della psicoanalisi” tutt’uno con” la morte della filosofia” coincise con la piena consapevolezza della nascita del Pensiero Uno quale consapevolezza del Pensiero come unico e ultimo essere vivente.

Quì di seguito alcune testimonianze relative a quel periodo:

Al “Laboratorio” una cosa è chiara:

“La psicoanalisi non è semplicemente una terapia scorporata dall’evoluzione del pensiero tutto.”

(Brano tratto dai “Seminari marzo-aprile 1988″ del “Laboratorio Ricerche Evolutive Silvia Montefoschi”)

” ‘Laboratorio ricerche evolutive’ fu infatti il nome dato al gruppo di lavoro/scuola che insieme formammo quando Silvia Montefoschi venne a Genova; per cui l’evoluzione della coscienza coincide esattamente con la ricerca che Silvia Montefoschi, insieme a coloro che hanno lavorato con lei (la coralità di cui parla La dialettica dell’inconscio), ha portato avanti sulla evoluzione dell’essere stesso, fino ad arrivare alla coniunctio.”

(Brano tratto da “L’evoluzione della coscienza. Dal monopolo dipolare alla coniunctio finale attraverso il passaggio dialettico dall’interdipendenza all’intersoggettività”, di Giampietro Gnesotto psicoanalista del “Laboratorio Ricerche Evolutive Silvia Montefoschi”. Questo saggio costituisce anche l’ articolo di presentazione a “L’evoluzione della coscienza” –  2° volume delle “Opere Complete di Silvia Montefoschi”, Zephyro Edizioni, 2006.”)

1986

“In quel periodo Silvia Montefoschi decideva di trasferirsi da Milano a Genova per dar vita a un’esperienza formativa strutturata come una proto scuola: il Laboratorio di Ricerche Evolutive.
Oltre al lavoro individuale c’erano gruppi autocentrati di co-riflessione, di teoria e di metodo, condotti da Silvia e collaboratori, e un gruppo di supervisione autogestito fra chi di noi già lavorava.
Nel weekend la sede si animava dei molti allievi provenienti da tutta Italia e anche oltre confine.
Si mangiava insieme, si poteva parlare con Silvia anche nei momenti conviviali, in un clima di sacralità e condivisione che, se conteneva gli animi e le menti più focosi, permetteva però di esprimere anche le idee più “originali”.
Vivevamo immersi in un’atmosfera vitale. Noi genovesi mettevamo a disposizione le nostre case per gli allievi che venivano da fuori, così, dopo la cena comune, le discussioni proseguivano nelle case fino a tarda notte.
L’elemento caratterizzante era questo continuo stato di co-riflessione, cui ci allenavamo con la disciplina ad astenerci dal giudizio e a parlare del nostro vissuto.
Gli orizzonti culturali si aprivano al mondo della fisica, della biologia, alla filosofia, Aurobindo, i mistici occidentali.
Gli allievi “storici” di Silvia provenivano un po’ da tutti i campi del sapere e anche dal mondo della ricerca applicata.
La Fisica e la Biologia fornivano i paradigmi, di organizzazione della materia e di funzionamento del vivente, confrontabili col discorso sviluppato da Silvia in ambito analitico e ben si prestavano a raffigurare il va e vieni del dialogo interiore e intersoggettivo della relazione analitica e la funzione di recupero dell’energia vs la dispersione che si produceva nelle relazioni di dipendenza irrisolte.
Per quanto Silvia fosse per noi un “faro”, collaboratori e allievi ci sentivamo tutti coinvolti e “produttori” di conoscenza e questo ci dava un senso di appartenenza ed efficacia molto forti.
Quando il clima della scuola fu “maturo”, venne la proposta di lavorare a un esperimento che aveva lo scopo di amplificare e stabilizzare gli effetti della co-riflessione.
Dopo un primo assaggio in un gruppo ristretto, si pensò di estenderlo ad un gruppo allargato.
In questa fase l’idea della funzione sociale dell’analisi subì un’accelerazione nella direzione della costruzione di un sociale “in carne ed ossa”.
A Silvia piaceva l’idea di costruire una sorta di Ashram psicoanalitico, in alternativa alla struttura scuola, noi allievi ne eravamo affascinati.
La scuola subì una scissione quando “si fece la conta” dei partecipanti all’esperimento, a causa della radicalità delle scelte previste e dei problemi logistici: il tempo di sperimentazione era così ampio, il coinvolgimento personale così intenso che molte delle occupazioni mondane (gli incontri con gli amici, la famiglia, gli hobby) venivano meno.
Massimo ed io partecipammo a quell’avventura.
L’anno successivo alla scissione tutto quello che avevamo sperimentato insieme, in ore e ore di compresenza, compresi i weekend, registrazioni e trascrizioni degli incontri, cominciava a “premere” nelle nostre menti per essere sottoposto a una revisione metodologica.
Proponendo ai compagni di viaggio di riflettere su quello che avevamo fatto e come lo avevamo fatto ponevamo un quesito: è l’essere umano a doversi adattare a una teoria, per quanto evolutiva, o una teoria a dover essere il più possibile comprensiva della realtà umana così come essa si dà?
Volevamo analizzare quello che avevamo fatto, capire come lo avevamo fatto e quali erano i risultati, i punti deboli e le ricadute sul nostro lavoro coi pazienti.
Un bisogno nostro non condiviso, che portò al nostro distacco dal gruppo.
Con noi portavamo l’abitudine a co-riflettere, la voglia di studiare, la pazienza di registrare e trascrivere tutto.
Non volevamo rinnegare nulla, volevamo soltanto capire ripercorrendo con una diversa attenzione il cammino già fatto.”

(Brano tratto dalla testimonianza di Maura Rossi psicoanalista del “Laboratorio Ricerche Evolutive Silvia Montefoschi”, febbraio 2009. L’articolo completo è presente a questo URL:
http://www.psicologiainliguria.it/index.php/voglio-fare-delle-cose-e-delle-robe/)

“[Silvia Montefoschi] Pur riconoscendo nel rapporto duale analitico il momento creativo e formativo principale, ella giunse alla convinzione dell’importanza del rapporto analitico corale per realizzare la nuova tappa evolutiva da lei descritta e a cui diede il nome di “Soggetto Super-riflessivo”.
Dopo aver con lei svolto il mio lavoro analitico personale e didattico, abbiamo realizzato insieme, e con tanti altri ricercatori, un Laboratorio Evolutivo. Esso nacque proprio a Genova alla fine del 1985, prese esattamente il nome di “Laboratorio Ricerche Evolutive Silvia Montefoschi” e là sperimentammo per circa due anni la nostra “voglia di Super-riflessivo”, coinvolgendoci radicalmente in una convivenza che cambiò la nostra vita.
Ancora oggi, io personalmente non ho finito di raccogliere la messe di informazioni ed esperienze che quegli anni hanno inscritto nella mia carne.
So di certo che qualcosa di molto potente si è impossessato di me spingendomi, al di là della mia volontà (anche se essa non manca) ad insistere, senza attaccamento e senza particolari aspettative, nel tentativo che là, In Via Casaregis n.1, ebbe inizio. Credo sia l’esperienza più forte della mia vita, la più sensuale e monastica ad un tempo.
Fu un tempo di passione.
Che oggi prosegue.”

(Brano tratto da “Incontro con Silvia Montefoschi” di Ada Cortese psicoanalista del “Laboratorio Ricerche Evolutive Silvia Montefoschi”, giugno 1993)

“Nel giugno del 1986 inizia a Genova il lavoro di sperimentazione della presenza del soggetto pensante. Ci uniamo con un gruppo di persone intenzionate a questo e, insieme, iniziamo di cercare di percepire la presenza del soggetto attraverso il vuoto mentale, il distacco dai propri vissuti, l’abbandono dei cinque sensi.  Subito ci si rende conto che non basta percepire ognuno il “proprio” soggetto pensante e poi comunicarlo agli altri, perchè ci si ritrova ben presto divisi e frammentati nelle tante esperienze singole.”

(Brano tratto da “Alle soglie dell’infinito – l’ultimo pensarsi del pensiero” di Mario Mencarini e Giorgia Moretti, 1995,  psicoanalisti del “Laboratorio Ricerche Evolutive Silvia Montefoschi”)

” In questa prima fase di lavoro, che dura fino al novembre 1986, nel gruppo – che non va inteso come un ambito chiuso ma come una struttura dinamica in continua evoluzione – si realizza progressivamente l’unione di tutti i soggetti riflessivi individuali in un unico soggetto riflessivo universale. Questo soggetto abbraccia nel suo cono di visione tutta la storia umana e pre-umana, insomma tutto quanto il suo evolversi sul pianeta Terra.
E’ a questo punto che nel gruppo sorge l’interrogativo sulla possibilità della presenza nell’Universo di altri pensanti. Per coerenza logica inizia allora un esperimento di comunicazione con altri eventuali soggetti riflessivi. Si forma ben presto un piccolo gruppo di sette persone che inizia a dialogare con gli latri soggetti riflessivi universali ed a informarne il gruppo allargato. Anche questo momento non è dei più facili, vuoi per il ripresentarsi all’interno dei singoli di dubbi razionalistici, vuoi perchè inizialmente nel rapporto con gli altri pensanti tende a riproporsi la modalità relazionale basata sull’interdipendenza.”

(Brano tratto da “Alle soglie dell’infinito – l’ultimo pensarsi del pensiero” di Mario Mencarini e Giorgia Moretti, 1995)

“Questa seconda tappa, che  è descritta nell’inedito chiamato “Andromeda” si conclude il 31 dicembre 1986. “

(Brano tratto da “Alle soglie dell’infinito – l’ultimo pensarsi del pensiero” di Mario Mencarini e Giorgia Moretti, 1995)

1987

“Intanto, con il nuovo anno, a Genova, prende il via un nuovo gruppo di lavoro, il Gruppo Laboratorio, dove i partecipanti lavorano al tema della ‘trasparenza’: essere in ogni istante ciò che si è, eliminare l’opacità che ancora ci distingue l’uno dall’altro e che deriva dal porci l’un l’altro come diversi. Nel corso del lavoro nel gruppo arriva una serie di sogni che affrontano il tema della biologia. Infatti realizzare sul piano dla realtà concreta ciò che era stato visto sul piano del pensiero implica necessariamente il passaggio dall’analisi comparativa della struttura della materia (la fisica), a quella della struttura del vivente (la biologia).”

(Brano tratto da “Alle soglie dell’infinito – l’ultimo pensarsi del pensiero” di Mario Mencarini e Giorgia Moretti, 1995)

Giugno 1987: l’evento

“Avrete letto nel frontespizio del volume: “Il vero autore di tutta l’opera è GiovanniSilvia/l’amore che ama l’amore fattosi infine consapevole di sè quale sola persona nelle due persone di Giovanni di Zebedeo che è stato su la terra all’inizio del primo millennio e Silvia Montefoschi ancora presente sulla terra alla fine del secondo millennio. Silvia Montefoschi”.
Bene, ancora una volta, non è una metafora, è una realtà vivente, frutto di un incontro avvenuto in un tempo e in un luogo determinato, a Genova, il 13 giugno 1987.
Anche se non sono esposti nei testi del presente volume,  mi sembra indispensabile narrarvi i fatti che hanno portato a questo, altrimenti non si comprenderebbe il senso di questa epigrafe. Posso dire  come Giovanni Evangelista (I lettera; prologo): “Testimoniamo quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, udito con le nostre orecchie e che le nostre mani hanno toccato; lo annunziamo a voi affinchè voi abbiate comunione con noi”, poichè ero presente. Quando Silvia venne a Genova era giunta alla fine di una fase del suo percorso e all’inizio di una nuova fase; situazione ben rappresentata da una città che ha come nume Giano bifronte, ed è un porto di mare, dove si arriva e da cui si parte per nuovi orizzonti. Il discorso circa l’evoluzione della coscienza, attraverso al relazione intersoggettiva, andava sempre più verso la coniunctio tra il maschile e il femminile e urgeva al suo compimento, che a livello teorico si è espresso prima con La coscienza dell’uomo e il destino dell’universo, dove appunto la tematica era che l’uomo stesso portava in sé l’evoluzione dell’intero universo, quindi ne Il principio cosmico o del tabù dell’incesto, dove viene riletta tutta la storia dell’essere a partire dal big-bang fino al punto finale e al punto cui eravamo arrivati, per realizzare la coscienza universale grazie  a questo salto su un piano di riflessione più elevato: proprio in questo momento avviene l’incontro con Giovanni l’Evangelista, che si svolge su un piano puramente intersoggettivo; l’incontro è reso possibile dall’infrazione del tabù che vuole separato l’aldiqua e l’aldilà, il mondo dei soggetti incarnati e quello delle presenze pensanti ma non oggettivate sulla terra. Il dialogo intersoggettivo nella coniunctio di GiovanniSilvia, che continua da vent’anni creando nuova conoscenza, è stato preparato e accompagnato dal lavoro comune del piccolo gruppo che in quel momento era intorno a Silvia. Arrivati a quel punto, in cui la visione teorica sembrava completata, ci chiedemmo: se per realizzare la coscienza universale dobbiamo incontrarci con tutti i pensanti dell’universo, come si fa? Ci venne allora in mente che esiste un metodo che è stato sempre usato, cosiddetto medianico o spiritico, e quello usammo. Ma con la ferma intenzione di parlare, tramite la planchette, non con i morti ma con i vivi eventualmente presenti in altri luoghi dello spazio, e di evitare la reciproca oggettivazione. Cosa non facile perchè, nonostante nessuno vedesse l’altro come oggetto materiale, c’era sempre la tentazione di vederlo come oggetto di conoscenza anzichè come soggetto coriflettente. Era come se i diversi ruoli cercassero di risorgere, con tutte le relative dinamiche di potere di uno sul’altro. Ma alla fine la guida di Silvia (sicura della meta e del metodo) ha condotto tutti a realizzare comuni conoscenze. E qui sta l’elemento nuovo: nella prospettiva del dialogo intersoggettivo riflettente, perdeva di senso limitarsi allo scambio di informazioni, come avviene nelle comuni sedute spiritiche: le informazioni infatti sono contenuti già dati, oggettivati, passati, ee il nostro obiettivo invece era di realizzare, nella riflessione comune, nuova più completa visione di se stesso dell’essere. Nel frattempo Silvia, quando era nella solitudine della sua stanza, incontrò, non più con la planchette ma con la penna, Giovanni, e fu la folgorante consapevolezza che erano sempre stati insieme, che l’”altro” del dialogo interiore era una presenza reale, benchè Silvia, pur avendone sentore, non ne fosse stata pienamente consapevole; né poteva esserlo, perchè tale consapevolezza è possibile solo quando si realizza l’intersoggettività e il soggetto superriflessivo, uno in due, vede i due soggetti individuali dialoganti. E fu l’inizio di un dialogo creativo che continua tutt’ora.
Da quanto detto si comprende come l’unione di Giovanni e Silvia non sia un fatto personale di Silvia Montefoschi ma un salto evolutivo della coscienza dell’essere, al quale parteciparono, prima e dopo l’incontro, molte persone: la relazione, riflessiva e creativa, tra l’aldiqua e l’aldilà rappresenta l’infrazione massima del tabù dell’incesto, l’unione dei contrari che devono restare separati: la terra e il cielo, quella che viene considerata la vita e quella che viene considerata la morte. In quel periodo una giovane paziente, che soffriva di agorafobia avendo rimosso la morte di alcuni suoi coetani, fece questo sogno: “Si trovava, come dentro a un film in bianco e nero, in un cimitero con Totò che faceva battute sui defunti; poi la scena cambia, si fa tridimensionale e colorata e la sognatrice si trova accanto una sua compagna delle elementari (una che giocava a far le carte) di fronte ad un maestoso palazzo cui conduceva una grande scala dalla quale salivano e scendevano, a due a due, tantissime persone. Lei ’sa’ che uno di ogni due è vivo, mentre l’altro è morto, ma non è possibile distinguere gli uni dagli altri; sa anche che deve entrare insieme alla sua compagna (che è viva: quindi lei è…morta!) per compiere un particolare rito del risveglio. Nel corso di questo rito vede tutte le stanze del palazzo: sono strette, quasi loculi, e ospitano una persona dormiente (nè morta nè viva) insieme a tutti gli oggetti che possiede. Alla fine del rito viene rivelato alla sognatrice il messaggio: queste persone si risveglieranno quando si libereranno di tutti i propri oggetti; allora faranno parte del mondo dove i cosiddetti vivi e i cosiddetti morti sono uniti nella vita vera”. La paziente superò l’agorafobia: avendone compreso il significato non aveva più senso che permanesse; e noi abbiamo avuto una ulteriore conferma che era proprio quella la tematica che l’essere trattava in quel momento. Freud ci ha detto che l’inconscio parla nei sintomi e nei sogni, Jung ci ha detto che il linguaggio è collettivo, Montefoschi (La dialettica dell’inconscio) che la voce del singolo non è un assolo ma parte di un coro. Per questo mi sono consentito di riferire sogni e fatti che non sono contenuti negli scritti di questo volume ma che tuttavia rientrano nel discorso del cammino di evoluzione della coscienza, tema conduttore del volume stesso.”

(Brano tratto da “L’evoluzione della coscienza. Dal monopolo dipolare alla coniunctio finale attraverso il passaggio dialettico dall’interdipendenza all’intersoggettività”, di Giampietro Gnesotto, articolo di presentazione a “L’evoluzione della coscienza” –  2° volume delle “Opere Complete di Silvia Montefoschi”, Zephyro Edizioni, 2006.”)

Testimonianza di Silvia Montefoschi

“Mettemmo a punto una tecnica di coriflessione, che consisteva nel percepire l’unione a due a due sul piano del pensiero, guardandoci negli occhi, percependo nel contempo in ciascuno di noi la presenza vivente del Soggetto pensante.

Raggiunsi presto la capacità di percepire stabilmente l’interità della mia persona nella Presenza immateriale del mio soggetto pensante, il quale però non era più mio, nel senso che pur restando io, se per io si intende il percepirsi come presenza, questo io era anche la presenza dell’Infinito, che contemplavo come altro da me pur percependomi in essa.

Mi accorsi anche aver sviluppato un nuovo organo di senso, il senso del pensiero consapevole di sè come tale che mi metteva in grado di sentire un altro pensiero proveniente dallo spazio come fosse un soggetto vivente che dialogava con me.

Presto questo soggetto vivente si fece a me presente e io lo vedevo, con l’occhio del pensiero, come una figura umana ben precisa e proprio quella già venuta nei miei sogni e che ora sapevo realmente esistente in altro luogo dello spazio cosmico.

La percezione della reciproca vicinanza si fece sempre più forte e cominciammo ad incontrarci per le strade dell’universo, anche se le strade che percorrevo io e quelle che percorreva lui distavano tra loro, nella logica dello spazio-tempo, miliardi miliardi e miliardi di anni luce. Ma poichè il pensiero non sottostà alle leggi dello spazio-tempo, ci facemmo consapevoli che non soltanto noi comunicavamo con le onde del pensiero, ma che le nostre stesse persone si percepivano nella loro interità come forme viventi del Pensiero.”

(Brano tratto da “Il vivente” di Silvia Montefoschi, 1988)

“Iniziò così il nostro dialogo d’ amore che da un anno ormai ci unisce nello scrivere e nel pensare insieme senza interruzione”

(Brano tratto da “Il vivente” di Silvia Montefoschi, 1988)

“Il rapporto dialogico tra la terra e il cielo si allargò presto comprendendendo i miei compagni di lavoro e quelli di Giovanni, detti i Giovannei, che entrarono tra loro in comunicazione.

Ma il lavoro fondamentale finalizzato al compimento di quanto era stato scritto nella nuova Apocalisse (“Il Principio Cosmico” pubblicato sulla terra con il nome di Silvia Montefoschi) rimase e rimane tutt’ora quello di Giovanni e Silvia.”

(Brano tratto da “Il vivente” di Silvia Montefoschi, 1988)

Il Laboratorio Ricerche Evolutive dopo l’evento

“La sensazione che a questo punto nasce in noi la si può ritrovare nelle parole di Teilhard de Chardin:

” In me si è concentrato un grumo beato della sapienza del domani ed è esploso, per volere di Dio, in abbagliante verità. ”

(Brano tratto da “Alle soglie dell’infinito – l’ultimo pensarsi del pensiero” di Mario Mencarini e Giorgia Moretti, 1995)

“Iniziò così un nuovo lavoro di gruppo consistente, questa volta, nell’elaborare tutti insieme il dialogo che si svolgeva tra Giovanni e Silvia, nel quale tutti si riconoscevano; lavoro questo che si protrasse per due anni; anni durante i quali furono elaborati, nella comune riflessione tra Silvia Montefoschi, Grazia Apisa e Giampietro Gnesotto, due seminari: ‘Il cammino della psicoanalisi” (marzo-aprile 1988) e “Dall’interdipendenza all’intersoggettività” (gennaio-febbraio 1989)”

(Brano tratto da “Il manifestarsi dell’essere in Silvia Montefoschi” di Silvia Montefoschi, Bianca Pietrini, Fabrizio Raggii, 2009)

“Il lavoro si apre su un campo nuovo, vagamente intuito ma mai sperimentato e realizzato da alcuno. Nasce un nuovo gruppo di lavoro che prende il nome di ‘Gruppo Universo’ e a cui Silvia non partecipa direttamente poichè si dedica totalmente al rapporto con Giovanni. Ognuno di noi si mette in contatto, tramite la scrittura, con altri pensanti e inizia un lavoro serrato sulla percezione dell’unico pensiero nei due che pensano; la dialtica lascia il posto al dialogo, il dialogo in cui amore e pensiero si dicono infinitamente.”

(Brano tratto da “Alle soglie dell’infinito – l’ultimo pensarsi del pensiero” di Mario Mencarini e Giorgia Moretti, 1995)

1988
Il 29 maggio 1988 a Marina di Pietrasanta nel corso di un convegno organizzato dall’associazione “Psicoanalisi e religione” e avente per tema “Dio e l’inconscio”, Silvia Montefoschi svolge nella sua relazione  pubblicata con il titolo de “Il Vivente”,  la sua testimonianza di tutto il percorso di conoscenza vissuto in prima persona, quasi una sorta di autobiografia che prende propio le mosse dal finale dell’autobiografia di Jung del 1961 “Sogni, ricordi e riflessioni” relative proprio alla critica junghiana della concezione trinitaria propria all monoteismo cristiano.

1989
Il “Laboratorio Ricerche Evolutive Silvia Montefoschi” di Genova dopo tre anni di attività ritiene sia conclusa questa fase.
Al Laboratorio segue una lunga fase di silenzio che prosegue tuttora.
Fu solo dopo sei anni di silenzio, dopo aver maturato l’esperienza della percezione della loro unione in una sola persona, che essi nel 1995 tornarono a parlare al mondo. Ma questa è un’altra storia rispetto a quanto quì più limitatamente ci proponevamo: il racconto dell’esperienza del “Laboratorio Ricerche Evolutive Silvia Montefoschi” di Genova (1986-1989).

“E’ iniziato così un dialogo mai interrotto con Silvia, dialogo in seguito svelatosi con GiovanniSilvia.
E’ stato un lungo percorso iniziato con la venuta a Genova di Silvia, con la quale affrontai l’idea della morte che già da bambina sapevo avrei dovuto affrontare all’età di trentatre anni. Fu a quell’età che con Silvia iniziai il lavoro verso l’infinito. Partecipai al gruppo di Genova, brindai, con i miei compagni, alla caduta dei numerosi veli che nascondevano il mistero della vita e della morte, e svelavano la verità.
Ho partecipato al dialogo d’amore di Silvia con Giampietro, lo sposo per procura.
Ho condiviso con i compagni di Genova la caduta del muro che separa l’aldiqua dall’aldilà.
Ero presente quando si è resa necessaria ‘la svolta di 360 gradi’ che ha portato all’incontro di Silvia con Giovanni.
Ho dolcemente pianto l’annuncio dell’addio di Silvia ai suoi compagni di Genova e per lungo tempo ho tenuto in me le parole da lei lette nel salutarci.
Ho silenziosamente lavorato alla consapevolizzazione della dualità nell’uno in ogni incontro che mi si proponeva e in ogni addio che seguiva.”

(Bianca Pietrini in “Il manifestarsi dell’essere in Silvia Montefoschi” di Silvia Montefoschi, Bianca Pietrini, Fabrizio Raggi, 2009)

CONCLUSIONE

Come in noi il pensiero si è fatto carne e la carne pensiero

“Abbiamo capito che tutto tutto deve entrare nell’unico occhio; che il trapasso non si compie se non coinvolge la realtà materiale dei nostri corpi, in quanto è proprio nei corpi che ancora si dà una conoscenza oggettivata”

(Brano tratto da “Alle soglie dell’infinito – l’ultimo pensarsi del pensiero” di Mario Mencarini e Giorgia Moretti, 1995 – http://www.mariomencarini.it)

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