Edipo e Cristo

“Silvia Montefoschi mette però ancora in evidenza che nonostante l’avvento del simbolo cristiano che segna il superamento del conflitto nel quale Edipo è rimasto, il complesso edipico ha continuato ad essere un fatto culturale e psicologico che ancora oggi condiziona l’ordine sociale e familiare dei rapporti.
E ciò perché il persistere della coscienza adamica nella maggior parte dell’umanità, essendo sempre i pochi ad apportare il nuovo, ha fatto sì che la testimonianza dell’uomo Gesù non venisse compresa.
Infatti questa testimonianza è quella di un uomo che, raggiunto un più elevato livello di riflessione, riconosce in se stesso, propro in quanto uomo, la forma finita del pensiero infinito in cui riconosce a sua volta l’essenza unica e vera di dio e pertanto vede che l’uomo e dio sono simili quanto all’essenza, che è appunto il pensiero che ha dato origine a tutto ciò che è fino a prendere coscienza di sé come il vivente proprio nell’uomo.
E’ avvenuto perciò che, essendo la coscienza adamica quella che separa il soggetto dall’oggetto e quindi l’individuale dall’universale e infine l’uomo da dio come la creatura rispetto al creatore, il figlio rispetto al padre, come fossero irecuperabilmente diversi, i soggetti umani rimasti a livello di coscienza adamica, che sono appunto la maggior parte, trovandosi di fronte ad un tale evento inspiegabile dal punto di vista del loro sistema di conoscenza, considerato connaturato all’essere umano, ne hanno fatto un evento divino, come se Gesù fosse l’unica incarnazione di dio e quindi l’unico figlio del padre quale dio egli stesso. Così, liquidando nell’alto dei cieli la buona novella, che era quella che svelava a tutti gli uomini la loro essenza divina quali tutti figli di dio simili a lui, gli uomini, sulla terra, sono rimasti nella condizione creaturale che è quella di figli perennemente dipendenti dal padre, quale unica suprema autorità e da chi, qui sulla terra appunto, ne fa le veci esercitando su di essi il proprio potere in nome di dio.
Così la religiosità, che è la nuova dimensione che il messaggio cristiano aveva spalancato agli uomini, dimensione che è quella in cui il singolo soggetto umano riconosce il trascendente come una realtà a lui immanente che dà senso alla sua esistenza particolare come manifestazione essa stessa di una dimensione universale e che lo fa pertanto soggetto responsabile della stessa, torna ad essere religione, che è l’estraneazione del trascendente e la conseguente demandazione, da parte del singolo soggetto umano, del potere di governarlo, a un corpo istituzionalizzato di valori siano esi morali, giuridici o politici.
Sembrerebbe pertanto che l’uomo di oggi si trovi imprigionato nell’Edipo come l’uomo della Grecia antica. Viceversa tra l’uomo della città stato greca del V secolo a.c. e l’uomo della società del XX secolo d.c., c’è una differenza fondamentale. E la differenza sta nel fatto che anche il mito di cristo, come quello di Edipo, è rimasto inscritto nell’inconscio collettivo dell’umanità come nuova informazione circa il più elevato livello di riflessione che il pensiero ha già raggiunto.
E questo più elevato livello di riflessione, è quello della coscienza cristica nella quale si realizza la visione dell’essenza universale del soggetto individuale.
Questa visione ha sì che in duemila anni, a partire dall’avvento della coscienza cristica, il soggetto umano, riconoscendosi egli stesso creatore delle forme del mondo proprio in quanto consustanziale a dio quale pensiero, ha via via smontato la struttura dell’universo, basato su un principio di autorità, a tutti i livelli della conoscenza umana. Cosa questa che si è manifestata in maniera esplosiva proprio a cavallo tra il XIX e il XX secolo contemporaneamente alla nascita della psicoanalisi. E come la crisi politica e culturale della polis greca nel V secolo a.c. dà origine in Sofocle alla figura eroico-drammatica di Edipo, quale archetipo del soggetto umano strumento ancora inconsapevole della dinamica evolutiva dell’essere, così la crisi globale del pensiero occidentale tra il XIX e il XX secolo d.c. promuove in Freud la riscoperta, nell’inconscio della gente, della vicenda edipica quale vicenda del soggetto umano attuale che, mentre si fa consapevole di essere lo strumento ma anch eil protagonista dell’evoluzione dell’essere che in lui si dà come progetto della sua stessa esistenza, d’altra parte ancora sottostà al pregiudizio della colpevolezza nel destituire definitivamente il supremo principio di autorità ovvero dio.”

(S.Montefoschi, B.Pietrini,F.Raggi “Il manifestarsi dell’essere in Silvia Montefoschi”, 2009 – pag.72-74, tratto dal capitolo riguardante proprio il lavoro del 1979 “Oltre il confine della persona”)

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