955. La donna dell’apocalisse

E in principio era la Donna
e in sè aveva il Discorso
ed essa era il Discorso
ma il Discorso non voleva separarsi da Lei
ma la Donna voleva essere la Donna
così nacque l’uni-verso.

(Andrea Morelli, “Cantare l’uno vero – poesie e canzoni”, 2010, seconda edizione)

La “donna dell’apocalisse” e il “drago” figure principali dei testi di Giovanni il Veggente (o comunque dei “Circoli Giovannei” presenti in Asia Minore in quel tempo) nei cui scritti nel momento storico in cui nasce la nuova coscienza cristica, più evoluta ancora della coscienza adamica, enuncia anche il nuovo tema dell’Anticristo.

Come hanno descritto nei loro saggi sulla Trinità cristiana gli psicoanalisti Jung e Montefoschi, si tratta evidentemente dell’emergere dall’inconscio del femminile di Dio da questi rimosso e che pertanto appare nelle sembianze di un Anti-Logos mentre in verità è anch’essa un Logos ma di segno opposto o meglio si tratta del “Nome della Madre” quale simbolica materna, la dialettica della natura quale dialettica puramente erotica e quale Spirito che unisce il Padre e il Figlio e che pertanto in loro stessi è presente come altra persona e senza la quale si manterrebbero differenti e al limite consustanziali ma non identici.

L’equivoco, su questi e altri testi come anche nella vita cosiddetta reale e concreta, nasce allorchè si perde di vista l’unità del tutto e si vuole separare ciò che è invece uno. E questo a dispetto degli obsoleti strumenti di conoscenza, intendo i cinque sensi, che nati per orientare nel mondo possono appunto solo orientare esclusivamente nello spazio-tempo-massa.

« Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle. Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto. »

(Apocalisse 12,1-2).

 

“E apparve nel cielo un altro segno: ed ecco un drago rosso, immenso, con sette teste e dieci corna e sulle teste dieci diademi. E la sua coda tirò giù un terzo delle stelle del cielo e le gettò sulla terra. Il drago si mise davanti alla donna che stava per partorire, per poter divorare il figlio di lei appena essa lo avesse partorito”

(Apocalisse 12,3-4).

 

Ma come è potuto accadere che la mutazione evolutiva avvenuta 2000 anni fa non abbia coinvolto anche la donna?

 

“Ciò avviene perchè
per la donna
che
dell’oggettualità
è l’incarnazione
non è giunto ancora il tempo
nel momento dell’avvento
della coscienza cristica
di riconoscere sé
quale forma finita
del soggetto pensante infinito
e come tale
anche ella
consustanziale
al logos che era in principio.
Ed è questo anche il motivo
per cui
fino ad oggi
non è stato mai concepito
dio femmina
distinto da dio maschio
e a lui unito
nella coppia divina
che già sostanziava
il logos che era in principio.
Dio infatti
era il pensiero
e se era il pensiero
egli
era già due nell’uno
consistendo il pensiero
della potenzialità e dell’atto
quali due momenti
della dinamica del pensare.
E questi due momenti
tra loro distinti
anche se identici
in quanto alla essenza
che è il pensiero
erano appunto
il femminile e il maschile
di dio.”
(Silvia Montefoschi, “Il regno del figlio dell’uomo”, 1997, pag. XI)

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