976. La psicoanalisi e gli ex(tra)terrestri

L’incontro
Alla fine degli anni ’80 si costituì a Genova un “Laboratorio Ricerche Evolutive Silvia Montefoschi” (1986-1989) composto per lo più da medici, psicoanalisti, filosofi oltre a studenti nelle discipline precedentemente citate provenienti da ogni parte d’Italia e anche dall’estero al cui interno si costituì un gruppo più ristretto partecipanti questi in “full immersion” al laboratorio/scuola.
Il catalizzatore era proprio Silvia Montefoschi trasferitasi da poco a Genova dalla città di Milano che era sempre stata la sua città dove aveva svolto a partire dal 1956 tutto il suo lavoro di psicoanalista benchè essa sia originaria di Roma e abbia svolto sempre a Roma tutta la sua formazione prima in Biologia e poi in Medicina oltre la sua analisi didattica con Ernst Bernhard allievo di Jung trapiantatosi in Italia per sfuggire alle persecuzioni anti-ebraiche del regime nazista.
Ebbene in seguito dopo aver svolto molto lavoro una parte dei componenti il “Laboratorio” riteneva che avessero già prodotto una grande mole di dati e che quindi occorreva fare una pausa e lavorare su questi.

Una prima testimonianza

“In quel periodo Silvia Montefoschi decideva di trasferirsi da Milano a Genova per dar vita a un’esperienza formativa strutturata come una proto scuola: il Laboratorio di Ricerche Evolutive.
Oltre al lavoro individuale c’erano gruppi autocentrati di co-riflessione, di teoria e di metodo, condotti da Silvia e collaboratori, e un gruppo di supervisione autogestito fra chi di noi già lavorava.
Nel weekend la sede si animava dei molti allievi provenienti da tutta Italia e anche oltre confine.
Si mangiava insieme, si poteva parlare con Silvia anche nei momenti conviviali, in un clima di sacralità e condivisione che, se conteneva gli animi e le menti più focosi, permetteva però di esprimere anche le idee più “originali”.
Vivevamo immersi in un’atmosfera vitale. Noi genovesi mettevamo a disposizione le nostre case per gli allievi che venivano da fuori, così, dopo la cena comune, le discussioni proseguivano nelle case fino a tarda notte.
L’elemento caratterizzante era questo continuo stato di co-riflessione, cui ci allenavamo con la disciplina ad astenerci dal giudizio e a parlare del nostro vissuto.
Gli orizzonti culturali si aprivano al mondo della fisica, della biologia, alla filosofia, Aurobindo, i mistici occidentali.
Gli allievi “storici” di Silvia provenivano un po’ da tutti i campi del sapere e anche dal mondo della ricerca applicata.
La Fisica e la Biologia fornivano i paradigmi, di organizzazione della materia e di funzionamento del vivente, confrontabili col discorso sviluppato da Silvia in ambito analitico e ben si prestavano a raffigurare il va e vieni del dialogo interiore e intersoggettivo della relazione analitica e la funzione di recupero dell’energia vs la dispersione che si produceva nelle relazioni di dipendenza irrisolte.
Per quanto Silvia fosse per noi un “faro”, collaboratori e allievi ci sentivamo tutti coinvolti e “produttori” di conoscenza e questo ci dava un senso di appartenenza ed efficacia molto forti.
Quando il clima della scuola fu “maturo”, venne la proposta di lavorare a un esperimento che aveva lo scopo di amplificare e stabilizzare gli effetti della co-riflessione.
Dopo un primo assaggio in un gruppo ristretto, si pensò di estenderlo ad un gruppo allargato.
In questa fase l’idea della funzione sociale dell’analisi subì un’accelerazione nella direzione della costruzione di un sociale “in carne ed ossa”.
A Silvia piaceva l’idea di costruire una sorta di Ashram psicoanalitico, in alternativa alla struttura scuola, noi allievi ne eravamo affascinati.
La scuola subì una scissione quando “si fece la conta” dei partecipanti all’esperimento, a causa della radicalità delle scelte previste e dei problemi logistici: il tempo di sperimentazione era così ampio, il coinvolgimento personale così intenso che molte delle occupazioni mondane (gli incontri con gli amici, la famiglia, gli hobby) venivano meno.
Massimo ed io partecipammo a quell’avventura.
L’anno successivo alla scissione tutto quello che avevamo sperimentato insieme, in ore e ore di compresenza, compresi i weekend, registrazioni e trascrizioni degli incontri, cominciava a “premere” nelle nostre menti per essere sottoposto a una revisione metodologica.
Proponendo ai compagni di viaggio di riflettere su quello che avevamo fatto e come lo avevamo fatto ponevamo un quesito: è l’essere umano a doversi adattare a una teoria, per quanto evolutiva, o una teoria a dover essere il più possibile comprensiva della realtà umana così come essa si dà?
Volevamo analizzare quello che avevamo fatto, capire come lo avevamo fatto e quali erano i risultati, i punti deboli e le ricadute sul nostro lavoro coi pazienti.
Un bisogno nostro non condiviso, che portò al nostro distacco dal gruppo.
Con noi portavamo l’abitudine a co-riflettere, la voglia di studiare, la pazienza di registrare e trascrivere tutto.
Non volevamo rinnegare nulla, volevamo soltanto capire ripercorrendo con una diversa attenzione il cammino già fatto.
Per prima cosa, riprendemmo in mano Freud, Jung e Montefoschi, per uno studio comparato: volevamo vedere che cosa, e come, avevano affrontato nella riflessione sul lavoro terapeutico, da quale “implicito”, ricavabile dalla costruzione del discorso, potevano derivare certe conseguenze.
Ciò che l’analista “vede” in analisi come viene influenzato dal suo “modo di guardare”, dai paradigmi attraverso cui guarda?
E in che modo il suo modo si riflette poi nel modo in cui il paziente stesso impara a guardare se stesso?
Passammo poi a lavorare sulle trascrizioni di molte ore di registrazione, delle sedute e delle nostre riflessioni successive, ad analizzare la struttura del dialogo e il rapporto fra vissuti e dinamica del pensiero, il modo in cui una certa costruzione del pensiero e un certo vissuto interagivano fra loro.
Questo cominciare a “vedere” sia la riflessione teorica che la relazione come esperienze a diversi livelli interagenti fra loro ci guidò verso la Cibernetica e il pensiero di Gregory Bateson.
Furono questi i primi nuovi compagni di viaggio che ci accompagnarono dalla dialettica dell’inconscio, propria dell’ermeneutica junghiana, alla struttura in livelli logici applicata alla comunicazione interpersonale.
Come Silvia era stata per me, per noi, la porta d’accesso a un’analisi “democratica”, così Bateson era la porta d’accesso a un’epistemologia “dal volto umano”, così vicina all’uomo da poter diventare un’epistemologia “della vita quotidiana”, fruibile anche in analisi.”

Brano tratto da Maura Rossi “Voglio fare delle cose e delle robe” 2009 in “Cenni storici sulla psicologia in Liguria”
L’articolo completo è presente a questo url:
http://www.psicologiainliguria.it/index.php/voglio-fare-delle-cose-e-delle-robe/

Lasciarono quindi il “Laboratorio” poichè invece altri tra cui la stessa Silvia Montefoschi ritenevano entropico soffermarsi sul lavoro fatto ma si trattava di guardare avanti invece e procedere ulteriormente.
Di lì a poco si fecero vivi gli extraterrestri e dissero “Noi siamo stati voi” palesandosi così come ex terrestri.
Tra questi che si fecero presenti ad un dato momento del percorso si fece presente anche colui che quando viveva sul pianeta Terra veniva chiamato “Giovanni Evangelista”.

Un’altra testimonianza dell’evento
Qui di seguito un reportage dell’attività svolta dal laboratorio/scuola di cui facevano parte anche gli autori di questo scritto che pertanto ne sono stati anche testimoni dell’attività di ricerca.

La voce degli ex(tra)terrestri : “Noi siamo stati voi”
[…] E’ in questo sforzo del pensiero di percepire se stesso al di là dei cinque sensi, che accade di entrare in rapporto con altri pensanti che hanno fatto parte del nostro passato transpersonale; ci consapevolizziamo infatti che stiamo dialogando con il pensiero di scrittori, filosofi, mistici con cui siamo in contatto tramite il consueto uso della lettura. Incominciamo così una lunga serie di incontri imperniati sulla ‘lettura contemplativa’ di brani di autori che, per così dire, si ‘presentificano’ a noi.
Chiamiamo tale lettura ‘contemplativa’ perchè cerchiamo di non fare di quanto insieme leggiamo un oggetto di conoscenza altro da noi; non ci rapportiamo analiticamente ai singoli contenuti conoscitivi, ma sempre cerchiamo di mantenere la nostra presenza al cospetto della presenza dell’Altro testimoniando del pensiero che ci traversa.
In questa prima fase di lavoro, che dura fino al novembre 1986, nel gruppo -che non va inteso come un ambito chiuso ma come una struttura dinamica in continua evoluzione- si realizza progressivamente l’unione di tutti i soggetti riflessivi individuali in un unico soggetto riflessivo universale. Questo soggetto abbraccia nel suo cono di visione tutta la storia umana e pre-umana, insomma tutto quanto il suo evolversi sul pianeta Terra.
E’ a questo punto che nel gruppo sorge l’interrogativo sulla possibilità della presenza nell’Universo di altri pensanti. Per coerenza logica inizia allora un esperimento di comunicazione con altri eventuali soggetti riflessivi. Si forma ben presto un piccolo gruppo di sette persone che inizia a dialogare con gli altri soggetti riflessivi universali ed a formare il gruppo allargato. Anche questo momento non è dei più facili, vuoi per il ripresentarsi all’interno dei singoli di dubbi razionalistici, vuoi perchè inizialmente nel rapporto con gli altri pensanti tende a riproporsi la modalità relazionale basata sull’interdipendenza. Ma -come in noi si è sempre verificato- è proprio la tensione che scaturisce da questo nuovo conflitto che produce la nuova conoscenza. Comprendiamo allora di dover compiere un ulteriore incesto. Dobbiamo, in quanto soggetto riflessivo universale, consapevolizzarci che l’altro soggetto riflessivo universale non parla fuori di noi ma in noi. Questa consapevolezza si afferma soltanto se noi non dialoghiamo più nella modalità della domanda e della risposta – modalità in cui ancora l’uno e l’altro si fanno, di volta in volta, soggetto e oggetto restando separati- ma nella coralità in cui l’Essere compone un suo dirsi unitario parlando, di volta in volta, ora nell’uno ora nell’altro luogo della presenza, comunque e dovunque questo luogo si collochi. Sempre nel corso di questo lavoro, stimolati da un messaggio che afferma: Qui siamo stati voi, comprendiamo che essendo unica la dinamica evolutiva, questa si è data in un solo luogo, sulla Terra, e comprendiamo altresì che le forme pensanti che popolano l’universo sono i tanti soggetti pensanti che prima di noi, e in misura diversa, hanno percorso la strada dell’evoluzione.
Questa seconda tappa, che è descritta nell’inedito chiamato “Andromeda”, si conclude il 31 dicembre del 1986. Questa ultima esperienza ha fatto progressivamente convergere lo spazio intorno a noi: comunicare con il pensiero con i pensanti dell’universo, mentre da un lato ha ampliato il cono di visione, dall’altro ha accorciato angosciosamente le distanze. Gli anni-luce che scandiscono lo spazio dell’universo si sono contratti. Diciamo angosciosamente perchè inizialmente la sensazione è spiacevole, ma comprendiamo immediatamente che dobbiamo reggere quella angoscia, quello stare di tutto lo spazio infinito in un punto singolare, proprio perchè soltanto così facendo, il punto singolare può nuovamente saltare su se stesso.
Altresì comprendiamo che quell’esperienza è finita e continuare a ri-dialogare servirebbe ormai solo a ricreare lo spazio che è venuto meno. Contemporaneamente si è fatta strada la precisa sensazione di essere tutt’uno con il pensiero unversale che si pensa in noi, ma sappiamo anche che questa sensazione può diventare reale e concreta solo quando a percepirla saremo in due e contemporaneamente. Infatti l’esperienza del rapporto con i pensanti dell’universo, ha indotto i ‘tutti’ a riconoscersi nell’Uno ma non ha superato il problema della relazione fra i ‘tutti’. Ognuno vede il suo interno e suppone che anche l’altro veda la stessa cosa. In altre parole, il sapere che l’altro vede ciò che noi vediamo, che nell’altro si pensa ciò che in noi si pensa, è ancora frutto dell’intuizione, di una rivelazione interiore e non una percezione in quanto dato sensibile.

(Mario Mencarini, Giorgia Moretti “Alle soglie dell’infinito – l’ultimo pensarsi del pensiero”, 1995)

Un’altra testimonianza dell’evento
Il testo che segue è del 2010 ed è l’ultimo scritto di Silvia Montefoschi.

Presenze pensanti nell’universo

“Dopo alcune difficoltà il dialogo con l’aldilà iniziò a scorrere facilmente e si venne a sapere che nell’universo non vi erano altre presenze pensanti se non quelle che erano già state sulla terra nella forma corporeo-materiale e che perciò solo la terra è il luogo dove la vita è nata e dove ha raggiunto, proprio nell’uomo, la consapevolezza di sè come pensiero; pensiero che costituisce pertanto l’unicità dell’essenza umana.

Cosa questa che venne esplicitata dai pensanti degli altri luoghi dell’universo che dialogavano con i pensanti terrestri con la frase veramente toccante: ‘noi siano stati voi’.”

(pag. 428 di Silvia Montefoschi, Bianca Pietrini, Fabrizio Raggi “Il manifestarsi dell’essere in Silvia Montefoschi”, 2010)

Bibliografia

– Silvia Montefoschi, Bianca Pietrini, Fabrizio Raggi “Il manifestarsi dell’essere in Silvia Montefoschi”, 2010
– Silvia Montefoschi “Il vivente”, 1988

Webgrafia

https://silviamontefoschi.wordpress.com/

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Una Risposta to “976. La psicoanalisi e gli ex(tra)terrestri”

  1. ALBA Says:

    Grazie Andrea per aver trascritto ciò che è il nostro fondamento e la nostra realtà vivente. In ogni attimo sei unito a noi in GiovanniSilvia

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