L’ultima staffetta in psicoanalisi: Silvia Montefoschi dopo Freud e Jung

“Se le persone non si vivono nella loro interezza la visione non possiamo fare nulla, quello che posso testimoniare è che la cosa bella che vivo io è invece proprio il sentir come la visione diventa realtà al di là della sofferenza del corpo, al di là della stanchezza fisica, al di là della malattia.
Io ho notato che la visione del salto evolutivo fa molta difficoltà ad essere accolta, è molto difficile per le persone rinunciare alla facile uguaglianza con gli altri uomini, capisco che forse anche i primi uomini avranno pensato di portarsi dietro nel loro pensiero anche le scimmie, e poi avranno lasciato le scimmie al loro destino e queste non si sono più evolute, perché quando compare la nuova forma, essendo che il pensiero è salito su un piano più elevato di riflessione la forma precedente cessa di evolversi, e così accade per l’umanità.
In quest’ultimo secolo è avvenuto il salto evolutivo, che da me è stato registrato, da me è stato vissuto, non è che io questo salto l’ho pensato, io sono l’evento, sono questo evento fin dall’inizio della mia infanzia.
E’ in quest’ultimo secolo che si è avvenuto via via affermando il salto evolutivo soprattutto nella seconda metà del secolo, anche se è nella psicoanalisi agli inizi del ‘900 che il pensiero comincia a riflettere su se stesso , cioè l’uomo non pone più la riflessione rivolta all’esterno per creare nuovi pensati nuovi oggetti, con la psicoanalisi comincia un movimento inverso. Con la psicoanalisi il pensiero si ripiega su se stesso e si interroga sul suo stesso modo di pensarsi.
Il grande valore del pensiero di Freud è il recupero della proiezione, il concetto della rimozione – proiezione , Jung ha colto la dinamica del collettivo umano e io ho colto la dinamica dell’intero universo.
L’inconscio non è né personale né collettivo umano bensì universale.
Questo inconscio universale per essere cosciente deve emergere in una coscienza universale, di qui la necessità del superamento dell’io che è tutto il lavoro che è stato fatto attraverso di me per coincidere tutti in questa coscienza universale che riconosce la realtà vivente di tutto ciò che è l’oggettualità del mondo come un pensato che è stato posto fuori, per riconoscerlo interiormente.
Quando la gente legge questa visione come parola in un libro l’accetta, ma cos’è che distingue il mutante, che è appunto quello colto dalla mutazione (mutazione avvenuta in questo ultimo secolo che ha portato questo livello più elevato di riflessione per cui non ci si pone più dal punto di vista del soggetto riflessivo individuale ma dal punto di vista del soggetto super riflessivo) dai non mutanti? Il cono di visione del mutante si allarga e si accorge di abbracciare tutto in tutti.
Chi ha vissuto questo salto non può non sentirsi tormentato, incalzato dall’esigenza di mettere in atto questa sua visione. Ci sono poi persone che vengono affascinate sì da questa visione ma che non la sperimentano come l’unica sola possibile realtà, pena il non poter esistere.
L’unico criterio che noi possiamo veramente utilizzare per riconoscere il mutante dal non mutato è proprio la necessità, non poter vivere senza questa visione e senza la possibilità di attuarla nella propria vita, pena il morire.
Per attuare la visione dobbiamo lavorare al superamento dell’io, è questo tutto lo sforzo quotidiano che la gente deve fare e fa fatica a fare e non lo vuole fare, ovvero l’esercizio elementare del mettersi al di sopra della propria testa e non abbandonarsi mai dalla mattina alla sera, facendo attenzione a non aderire immediatamente ai propri vissuti, agiti, movimenti, pensati.
Tutto questo porta al superamento dell’io, perché l’io non è altro che l’identificazione immediata con i propri vissuti.
Senza nessuna distanza e senza nessuna analisi critica di quello che si fa non c’è riflessione, anni fa c’era stato in voga nel mondo il ritorno all’immediatezza, ma questa filosofia, questa moda, non è altro che il ripetere pregiudizi, giudizi già dati, quindi è retro-cultura.”

(Incontri con Silvia Montefoschi – Milano 2003 – Interviste a cura dei “Gruppi Evolutivi Autocentrati – GEA”)

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